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Ripartire dal desiderio. Albi e libri per liberarsi dalle questioni di “genere”

8 Marzo 2021

«Pokadou, voglio giocare a calcio!» esclama Mine.
«Ma è uno sport da maschi, quello!» risponde Poka.
«Si, e allora?».

E allora, in effetti, che problema c’è ad amare molte cose diverse?
Si chiede Il calcio, uno dei primi libri della serie francese firmata Kitty Crowther dieci anni fa, finalmente pubblicata anche in Italia da Topipittori.

Si può desiderare di giocare a calcio, comprare con entusiasmo un paio di magnifiche scarpe nuove, farsi prendere dallo sconforto e dipingere il muro in giardino, fare goal e preferire comunque darsi alla danza.

Cambiare idea è possibile, ci raccontano con disarmante naturalezza e libertà Poka e Mine che si capiscono e si vogliono bene a colpo d’occhio.


E allora?
verrebbe da dire  sfogliando anche Tutto quello che vorrei di Pawel Mildner (Terre di Mezzo 2021): Matteo gioca a calcio, Matilde va in monopattino, ognuno ha il proprio spazio nella pagina per immaginare.
Lui vorrebbe assaggiare tutti i gusti di gelato e lei avere una famiglia numerosa, lui diventare minuscolo e lei gigantesca, lui vivere in una casa sull’albero e lei guidare un tram, lui trasferirsi a New York e lei andare a vivere in una foresta e diventare una brigantessa.

I loro desideri si specchiano e si rifrazionano, si possono moltiplicare senza limiti ma, alla fine, entrambi vorrebbero incontrare qualcuno come loro con cui guardarsi semplicemente negli occhi mangiando insieme un gelato.

Mine, Poka, Matteo e Matilde, dopo l’ondata de Le bambine ribelli,  chiedono agli adulti più gentilezza e spontaneità, insieme a una buona dose di complessità e profondità, per parlare di questioni di “genere” ripartendo dai desideri.
Ma è tutto così semplice allora?

Ripartire dal desiderio è il titolo potentissimo del saggio di Elisa Cuter, uscito per Minimum Fax alla fine del 2020, che ribalta i luoghi comuni del femminismo mainstream per superare il concetto di identità – è l’oppressione ad aver creato il genere – e abbracciare una visione più accogliente, e destabilizzante, che rimetta al centro il desiderio:
«Il desiderio ci porta in luoghi che non conoscevamo prima. Ci dice qualcosa su quello che siamo, su dove stiamo, ma queste indicazioni si possono leggere solo a posteriori. Ci fa scoprire cose sulla nostra identità in modo insperato, come un effetto collaterale.»

Ripartire dal desiderio e dirci “tutto quello che vorrei” non è una caramella zuccherata, ma una bomba affascinante e pericolosa perché ogni desiderio coinvolge sempre un’altra persona e i contesti in cui ci muoviamo:
«Io chiamo desiderio quell’esperienza che crea un conflitto, una cesura tra soggetto e oggetto. Questo rapporto tra soggetto e oggetto è un rapporto che esiste tra persone, tra persone e cose, e soprattutto all’interno delle persone stesse. É il rapporto che intercorre tra sé e l’altro – laddove anche il sé è molto spesso un altro per noi. Il desiderio, anzi, è proprio quello che ci svela di non essere un tutto conchiuso, un individuo isolato. É  quello che ci fa scoprire che ci sono delle cose che non dipendono da noi, che non possiamo decidere a priori. Cose che semplicemente ci accadono, proprio come accade di sentirci attratti da qualcuno, di desiderare qualcosa. Si può sperare che questo conflitto resti confinato esclusivamente all’ambito privato dell’esistenza umana? Sarebbe un obiettivo politico utile? O è piuttosto il fatto che questo conflitto esondi dal sessuale, e si riversi anche sulla società tutta, ad avere un valore politico?.»
É la scuola, sostiene S.Co.S.S.E, l’associazione di promozione sociale nata nel 2011 a Roma per educare al genere e alle differenze a partire dalla primissima infanzia, a doversi far carico prima di tutto di queste domande e di indagare il peso e il valore della semplicità e del rischio di quell’allora che Mine mette in campo.

Il quaderno Scosse in classe (Settenove 2021) offre a insegnanti e genitori preziosissimi spunti e strumenti per progettare attività rivolte a bambini del nido, della scuola dell’infanzia, della primaria e secondaria di primo grado per educare alle relazioni. Dopo aver chiesto a tutti “come sto”, a partire dal vissuto dei difficili mesi della pandemia, il percorso inizia dal lavoro sulle emozioni «sul loro modificarsi nel tempo, e nell’esperienza di ogni individuo, sulla difficoltà di afferrarle, di fissarle, di comprenderne e apprezzarne la mutevolezza; sul rapporto tra noi e l’alterità, mettendo in gioco l’empatia, il corpo, le storie personali, l’immaginazione. Così si impara ad affermare l’uguaglianza e la pari dignità delle persone, a interpretare le differenze come ricchezza, come possibilità, come occasione di nuovi apprendimenti, come espressione di libertà e non come pericolo sociale o minaccia della nostra identità individuale o collettiva. Così si favorisce la capacità di costruire relazioni positive e paritarie, rispettose e consensuali. (..) Imparare a dare un nome a ciò che si prova, dentro di noi e in relazione alle altre persone, imparare a riconoscere e spiegare situazioni emotive di ogni tipo sapendo che non troveremo di fronte a noi una censura o un giudizio ma che le nostre narrazioni saranno accolte e che delle nostre sensazioni ci si prenderà cura, ci rende persone più consapevoli e libere di scegliere.»

Per ogni fascia di età viene proposto e analizzato un albo illustrato come volano per il laboratorio, creando un ponte di comunicazione tra adulti e bambini, tra un bambino e l’altro a vari livelli di interazione, e tra ogni bambino con se stesso. Seguono ulteriori domande per aprire altre occasioni di lavoro e consigli di lettura.

É anche un papà, sostiene il coach Girolamo Grammatico in Padri e figlie. Allenarsi alla parità di genere (Ultra 2020) a doversi anche far carico dell’allora di Mine.
«Sentirsi padre significa rinunciare al principio del potere che permea la nostra cultura e le le nostre relazioni, e fare spazio al principio dell’accoglienza (..) che apre all’altro lo spazio dentro cui costruire la relazione. Il genitore come creatore della generatività, e cioè creatore di quello spazio di opportunità dove la vita del padre e la vita della figlia fioriscono, fianco a fianco, nella reciproca diversità.»

Una bella scossa di provocazioni rivolte a inizio di ogni capitolo a tutti i padri, con esperimenti pratici basilari per mettere a nudo le proprie visioni e e confrontarsi con quelle culturali dominanti (… «Scrivi almeno cinque aggettivi che  caratterizzano una “femmina” e nella seconda colonna quelli che caratterizzano un “maschio”. E adesso rispondi a queste domande: dove e quando ho imparato questa distinzione?»…«Per la prossima settimana, ogni volta che parlerai con una donna ascolta in silenzio fino alla fine»…).
Allora è anche Poke a dover cambiare: «Le virtù da allenare sono la trascendenza e la temperanza. La temperanza permette di fare ordine dentro di noi grazie alle potenzialità dell’autoregolazione, non intesa come autocontrollo repressivo, ma come discernimento e capacità di gestire gli impulsi a favore della scelta consapevole. (..) La virtù della trascendenza ci permette di avere una visione che va al di là della nostra percezione, orienta i nostri desideri e gestisce le nostre paure attraverso la speranza. (..) La trascendenza aiuta a contrastare la categoria del disgusto, con cui il patriarcato tenta di spiegare ogni cosa che si discosta dalla dualità tassonomica maschio/femmina.»


Ma solo a Minetocca diventare donna e tenere stretta quella domanda così spontanea «Si, e allora?», difenderla a tutti i costi per liberarsi dalle dicotomie che ingabbiano il desiderio e le relazioni.

«Malgrado tutte le teorie politiche ed economiche che si occupano delle differenze fondamentali tra vari gruppi della specie umana, malgrado le differenze di classe e razza, malgrado tutte le artificiali linee di demarcazione tra i diritti dell’uomo e quelli della donna, da parte mia sono convinta che esista un punto in cui queste differenze possono incontrarsi e unificarsi in un insieme perfetto. (..) Il problema che abbiamo di fronte oggi, e che il prossimo futuro dovrà risolvere, è come rimanere se stessi e tuttavia in unione con gli altri, come sentirsi profondamente vicini a tutti gli esseri umani pur mantenendo le qualità proprie a ognuno di noi.»

«É sufficiente comprendere i propri simili. Ammettere questa verità rappresenta in parte l’aspetto fondamentale del mio punto di vista sull’emancipazione della donna e sull’effetto che questa ha su entrambi i sessi. L’emancipazione dovrebbe dare alla donna la possibilità di essere umana, nel senso più profondo del termine. (..) L’emancipazione della donna, così com’è intesa e messa in pratica oggi, ha fallito nel compito di raggiungere questo fine. Ora la donna si trova di fronte alla necessità di emanciparsi dall’emancipazione, se vuole essere libera.» La tragedia dell’emancipazione, in Femminismo e anarchia, Emma Goldman (BFS edizioni 2009).

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