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Poeticas of oriental rugs

Sergio Bettini

Poeticas of oriental rugs

Sergio Bettini

supplemento a MacGuffin Magazine n°9 The rug
trascrizione della lettura all’università di Padova 1962-63, prima edizione Quodlibet in Tempo e forma. Scritti (1935-1977)

 

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«Lo spazio del tappeto orientale non è rappresentato dai disegni e dai colori che lo compongono: è il tappeto stesso. È perciò che vi si entra, e che lo si può paragonare non ad un’opera di pittura, come sembrerebbe ovvio, ma ad un’opera di architettura: perché appunto anche nella nostra architettura lo spazio non è rappresentato, ma è l’opera stessa: noi non lo contempliamo al di fuori di noi, come il paesaggio di un quadro, ma ci viviamo e respiriamo dentro.
La struttura formale del tappeto ce lo conferma. È il campo, la trama di fondo, che figura lo spazio; e il bordo, quella sorta di cornice, semplice o molteplice, che lo limita tutto intorno, indica appunto la recinzione di questo spazio, la sua chiusura: a dir meglio, la definizione dello spazio come forma. Il bordo del tappeto ha lo stesso valore di recinzione e di definizione dello spazio, che nella nostra civiltà hanno i muri perimetrali degli edifici.
Entro questo limite, la trama di fondo precisa ed articola la forma dello spazio; mentre il disegno, che viene intrecciato in essa, dà forma al tempo. Il rapporto tra le due fasi, per così dire: campo e disegno, non è rapporto tra due elementi autonomi, giustapposti o sovrapposti; ma rapporto di reciproca, indissolubile compenetrazione; in questo di Samarcanda noi non possiamo decidere dove finisca il campo e dove cominci il disegno, come nel concetto di esistere non possiamo dire dove finisca lo spazio e dove cominci il tempo

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